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Wednesday, October 01, 2014

Everything is ready, it's grape-harvest time!


We are just in grape harvest time, a period that, this year, will be long if the weather holds.

In fact this year in Tuscany  Sangiovese grapes are not yet  arrived all at full maturity.

Not so for the Chianti Vepri.
So they will probably harvest by the end of this week: everything is ready.

Last Saturday I was right there with my sister,  to visit Siro Cicogni, owner of the Vepri Vineyards.

Sunday, October 13, 2013

Perché comprare Bio ed a filiera corta

Seconda Parte:  La filiera corta: nuove relazioni tra il mondo agricolo e quello urbano


Visto il sistema di distribuzione alimentare più diffuso oggi e gli aspetti svantaggiosi che esso rappresenta sia per i produttori che anche per i consumatori, sono nati, soprattutto ad opera di agricoltori preparati e spesso giovani, altri sistemi per portare gli alimenti dalla terra alla tavola utilizzando quello che viene chiamato una filiera corta.
Il termine filiera corta identifica una gamma di configurazioni produzione-distribuzione-consumo in campo alimentare, come ad esempio i mercati diretti degli agricoltori, gli spacci aziendali, i gruppi di acquisto solidali e altri.
Più in generale, una filiera di approvvigionamento alimentare può essere definita 'corta', quando è caratterizzata da breve distanza o anche da un piccolo numero d’intermediari tra produttori e consumatori.
Il sistema, spesso rende possibile ed anche relativamente facile per il consumatore il controllo della provenienza degli alimenti anche visitando il reale luogo di produzione.

Ogni Stato, almeno in Europa, ha la sua definizione e le sue regole su questo tipo di filiera.
In Francia, ad esempio, si usa il termine Filiera Corta quando è il produttore stesso che vende direttamente i suoi prodotti, oppure quando, tra la produzione e il consumo, s’inserisce un solo intermediario commerciale.


Esempi di filiera corta sono:
  • I Farmers’ Markets, mercati in cui gli agricoltori vendono direttamente ai consumatori .( A Torino, ad esempio, nel mercato di Porta Palazzo, il Farmers’ market si trova nel padiglione dell’orologio).
  • I GAS, cioè I Gruppi di acquisto solidale sono un sistema ideato in Italia da gruppi di consumatori e che permette di collegare produttori e consumatori per organizzare un sistema alternativo di approvvigionamento che non riguarda più, oggi , soltanto il cibo.
  • Le AMAP, Association pour le Maintien d’une Agriculture Paysanne, in Francia sono un sistema mirato a sostenere l’agricoltura su piccola scala. Si basano su un contratto tra gli agricoltori ed i consumatori o il gruppo di acquisto ed una stretta relazione e comunicazione tra i due, anche nel momento della pianificazione delle colture. Prezzi contenuti e Rischi e benefici condivisi.
  • IL Sistema avviato Provenza dopo il 2000 si sta sviluppando velocemente anche in altre regioni.
Non sempre queste organizzazioni prevedono un prodotto biologico ma tutte rispettano la sostenibilità delle culture, la coltivazione ben fatta e la stagionalità. Le culture sono spesso pianificate in comune tra consumatori e produttori ed i consumatori sono perciò obbligati e tener conto anche dei rischi naturali.
Gli agricoltori inoltre non sono più taglieggiati né sul tipo di culture né sul prezzo del prodotto, con comune vantaggio di tutti.

Spesso, questi sistemi abbinano anche un sistema di consegna diretta agli associati oppure in determinati punti di raccolta.
Sia Gas che AMAP aggiungono agli evidenti vantaggi sia economici che di qualità del prodotto e al rispetto maggiore per la stagionalità, anche caratteristiche conviviali, perché favoriscono sia la relazione tra gli associati che alcune attività comuni.

In Italia, una delle regioni con il più ampio sviluppo di questi metodi è la Toscana che vanta anche il maggior numero di agricoltori consociati in sistemi di tal genere.
Inoltre, al concetto di Filiera Corta si è affiancato anche quello di Kilometro zero che indica una produzione locale. La normativa italiana dice che può essere dichiarato a Kilometro Zero ciò che è prodotto entro i 70 km di distanza dal luogo di vendita.
E' evidente che i due concetti sono diversi ma certamente non sono esclusivi e che vanno sempre integrati da una grande attenzione ai sistemi di coltivazione ed alla salubrità dell'ambiente, della falda acquifera e dell'aria.

Qui troviamo unite abitudini antiche e strumenti ed abitudini moderne.
L’agricoltore non deve per forza trovare a chi vendere il suo prodotto nel momento della raccolta, ma pianifica tutto prima della semina perché gli acquirenti sono suoi associati e ne conosce sia il numero che i gusti. Il consumatore, dal canto suo, può tranquillamente controllare i luoghi ed i metodi di coltivazione ed a volte addirittura collaborare.

In alcuni paesi accade anche di trovare coltivazioni dove si sollecita il consumatore a cogliere da sé la propria frutta o verdura ad un prezzo standard, utilizzando sia apposite ceste o contenitori che fungono da misura, oppure liberamente, lasciando alla persona stessa la scelta dell’importo da pagare, che talvolta è raccolto senza particolari controlli. Ma questo, naturalmente, è possibile soltanto là dove il senso civico e l’abitudine alla collaborazione tra produttore e consumatore è del tutto certo e radicato.

Thursday, October 03, 2013

Perché comprare Bio ed a filiera corta

Prima parte: La Filiera Alimentare


Lo sviluppo "moderno" della filiera alimentare e  dell’importazione di uno stile di vita che io chiamo all’americana, dove tutto è disponibile sempre a tutti, messo in vendita in grandi vetrine permanenti si è sviluppato in Italia ed in generale in Europa nella seconda metà del 1900.
L’illusione del “tutto disponibile sempre” si è diffusa a macchia d’olio, una vera immagine del mondo dell’abbondanza e della ricchezza che ha preso piede anche come reazione a secoli di difficoltà di reperimento e di distribuzione del cibo.
La stessa rivoluzione  si era svolta negli USA a partire dagli anni ’30, dopo la grande depressione economica del 1929. A spingerla non furono i consumatori ma le strategie imprenditoriali su larga scala e generazioni di imprenditori: aumentare i consumi sarebbe stato un volano per tutta l’economia. La stessa logica di cui ci parlano le scuole di economia anche oggi, dopo che sono passati ben 100 anni!

Lo stesso Ford, grande imprenditore ed acuto osservatore, progettò tutta la struttura di compensi per gli operai delle sue fabbriche (allora i meglio pagati d’America), espressamente con quest’obiettivo: creare una medium-class con una costante e buona capacità di acquisto e consumo, che potesse così comperare le sue auto e cambiarle nei tempi necessari alla sua azienda per avere l'utile che si aspettava.

Ogni strategia all’apparenza buona ha però i suoi lati negativi. Ogni organizzazione che crea un surplus da una parte crea un danno da un’altra e questo è visibile nel tempo. Oggi la cosa è chiara anche a chi gira lo sguardo dall’altra parte. E questi danni dovrebbero essere previsti, ragionati e mitigati o eliminati

Le catene commerciali dell'alimentazione, rivolgendosi ad una larga popolazione, potevano contare su un utile sicuro proponendo una gamma di prodotti molto ampia, potenzialmente estesissima. Potevano quindi gestire strategie di prezzo verso i clienti ed agire sui costi all’origine per mantenere il mercato per così dire "calmierato".
Tutti, proprio tutti ci siamo tuffati nei supermercati, che ne avessimo bisogno o no.
Pensavamo spesso che fosse anche più comodo avere un unico punto dove comperare tutto e che in questo modo avremmo potuto risparmiare tempo. Il tempo infatti diventava ogni giorno più scarso perché per consumare dovevamo lavorare sempre di più.

Ecco il primo svantaggio: dover lavorare di più per reggere i consumi necessari a mantenere lo stile di vita e lo status sociale.

Dal semplice supermercato siamo passati agli ipermercati, poi ai centri commerciali forniti di ogni cosa non soltanto alimentare.
Fare un giro al centro commerciale è diventato un passatempo ed un simbolo di status sociale che i filmetti sui canali televisivi non hanno mai dimenticato di promuovere.
Fare un giro al centro commerciale vuol dire sempre comperare qualche cosa che non avremmo comprato se fossimo andati a fare una passeggiata in campagna o una visita ad un museo.

Il presupposto che il consumismo mette in campo è la crescita continua. Se un’organizzazione non cresce non può esistere. L’utile di qualsiasi società deve crescere continuamente e per questo è necessario che crescano i consumi che infatti per un po’ di tempo sono cresciuti senza sosta e senza criterio. Sempre di più in quantità e/o in tipologia di prodotto.

I supermercati hanno intanto influenzato la normale organizzazione della vendita di alimentari e sono cominciati a scomparire i piccoli negozi che non potevano competere con le politiche di prezzo delle catene commerciali su larga scala.

Altri svantaggi:
1) il mercato va in mano a grandi organizzazioni ed il singolo piccolo negozio scompare a meno di appostarsi su una gamma di prodotto veramente di élite che avrà però anche un prezzo da élite;
2) noi non siamo più persone ma consumatori;
3) ed i nostri consumi, soprattutto voluttuari cominciano a lievitare.

Il consumatore, da parte sua, rispondendo ad un’esigenza atavica, vuole distinguersi per passione, per gusto o per stile di vita e status sociale.
La catene commerciali del cibo, ormai non semplici rivenditori ma società organizzate, spesso enormi con tutte le funzioni e le linee normalmente presenti in una grande impresa, hanno sfruttato questa esigenza.

Negli anni ’70 nei supermercati sono comparsi sempre più frequentemente prodotti ricercati di ogni genere a cominciare dalla frutta esotica e fuori stagione.

Ecco altri danni:
1) le catene di vendita da una parte non hanno più bisogno di tenere calmierati i costi ma hanno bisogno soprattutto di far crescere gli utili. Dietro una apparente competizione è nato una specie di cartello dei prezzi ed una battaglia per abbassare i costi.

Le catene di vendita da allora hanno aumentato esponenzialmente la tendenza ad accaparrarsi rifornimenti costanti di ogni tipo di prodotto.
É finita la stagionalità ed il prodotto con pochi passaggi dalla terra alla tavola, è finito il prodotto locale.
Impossibile la vera tracciabilità, anche quando vengono date informazioni differenti e magari rassicuranti perché non potrei mai andare in Sud Africa a verificare che i garofani che ho comperato sono proprio coltivati nel rispetto delle regole dichiarate e nemmeno in Germania per vedere tutto il ciclo produttivo della carne macinata
Nascono teorie di intermediari specializzati ognuno in un singolo tratto del percorso, ognuno di essi deve crescere per esistere, deve avere un utile che cresce sempre. Questi attori della filiera cercano, trattano, procurano i prodotti e li stoccano in modo che durino sottoponendoli a trattamenti diversi ed a molti make-up perché la concorrenza vuole che la pesca e la ciliegia, in ogni stagione, siano anche belle e grosse.

Se vi capita di fare un giro negli USA, assaggiate le bellissime e grossissime fragole e capirete perché i dolciumi e le gomme da masticare alla fragola e spesso anche le marmellate sanno di sapone.

Sono nati prodotti impensabili, come la carne separata meccanicamente (MSM), una pasta di colore impreciso che viene variamente rigenerata e gonfiata perché abbia un aspetto ed un sapore che non allerti il consumatore. Tutti i prodotti commerciali a base di carne trita dai ravioli, agli hamburger, dai polpettoni ai ripieni ne contengono, senza parlare di proposte che chiameremo creative ed innovative su cui l’industria alimentare costruisce una grande storia pubblicitaria per diffondene il nuovo gusto e lo smercio.

Ed in tutto questo giro, che fine hanno fatto i produttori?

I produttori hanno dovuto seguire l’evoluzione, loro malgrado.

All’inizio è sembrato loro un vantaggio avere qualcuno che comperava tutto o quasi tutto il raccolto, ma la cosa naturalmente non è durata.
Quindi per poter continuare a vendere hanno dovuto accettare di abbassare i prezzi, per non dover buttare via tutta la produzione (vi ricordate gli interi raccolti di pomodori buttati in discarica?), nella difficoltà o addirittura nella impossibilità di vendere a sufficienza tutta la produzione direttamente ed impossibilitati a vendere ad altri intermediari se non a prezzo quasi zero.

Poi sono passati a seminare e coltivare, sia che il terreno fosse adatto o non lo fosse, soltanto colture imposte dal "sistema" commerciale. Naturalmente a qualsiasi costo, pur di sopravvivere.
Dimentichiamoci la rotazione delle coltivazioni e la differenziazione del prodotto: tutto deve essere standard, grosso e bello. Al gusto si rimedierà durante la elaborazione del prodotto.

Ancora un danno:  Così i terreni vengono impoveriti e quasi desertificati.
(In Sicilia grandi distese di terreni una volta famose per la produzione di grano sono ora incolte. Spesso le aziende agricole hanno dovuto chiudere, svendere e comunque sparire)

Per fare tutto ciò, poiché il produttore è lui stesso un consumatore, anche i produttori hanno dovuto
  • comperare le sementi che prima spesso venivano auto prodotte, anche perché molte sementi oggi sono state rese sterili con la tanto vantata tecnologia della modificazione genetica operata da chi vende sementi
  • e comperare quantità di concimi chimici e soprattutto insetticidi e pesticidi, che negli anni ’60 ha significato soprattutto DDT che ancora è presente nei terreni ed è migrato, inquinandola, nelle falde acquifere.

Da qui cominciamo a capire perché grossi gruppi hanno investito in mercati così concepiti.
Mercati dove uno guadagna e tutti gli altri perdono, cioè produttori, consumatori finali, la terra ed i nostri figli. Tutto in nome del consumo che deve per forza crescere, un dio di cui una volta non conoscevamo nemmeno l’esistenza.

Commerciare, produrre, trattare scambiare sono sacrosante azioni, ma devono essere basate su principi etici che possono esistere soltanto se penseremo non in modo egoistico ma sociale, se smetteremo di dire IO e riprenderemo davvero a pensare a NOI, come nella tradizione della cultura mediterranea.

Che post lungo! Un'altra volta racconterò come sono nati altri sistemi agricoli e di distribuzione.

Sunday, July 07, 2013

Archeologia sperimentale: Vini Archeologici Romani

Gironzolando alla ricerca di notizie sui cibi e le bevande nella Gallia antica mi sono imbattuta in siti dove si parla di archeologia sperimentale, una branchia dell'archeologia che si propone di riprodurre nella pratica le deduzioni ricavate dai ritrovamenti quando riguardano tecniche costruttive o produttive.
Mi pare, a quanto ne so io, che questa corrente dell’archeologia sia molto più diffusa e considerata in Inghilterra ed in Francia che non in Italia.

Così ho trovato proprio in Francia alcuni vinificatori appassionati che, anche con l’aiuto degli archeologi hanno provato a produrre vini  seguendo le antiche indicazioni.

Un esempio è il MAS DE TOURELLE, una azienda vinicola ma anche una sperimentazione sullo stesso sito di una antica città gallo-romana nel territorio di Montpellier.
L’azienda produce dei vini archéologici romani e sembra proprio che li produca facendo uso dei dolia seguendo le indicazioni emerse dagli scritti di Columella e di altri antichi scrittori.
I vini archeologici di ispirazione romana prodotti al Mas de Tourenne sono tre ed uno di essi è il MULSUM, un vino dolce che i Romani bevevano soprattutto come aperitivo, per accompagnare quelli che oggi chiameremmo antipasti, cioè durante la gustatio.

Nel Sud della Francia ci sono un buon numero di appassionati che cercano di non rompere del tutto con le tradizioni antiche. Anche in Italia esistono molti produttori così, ma in Italia è molto più difficile trovarli e sicuramente nessuno promuove adeguatamente queste iniziative. Quindi, mi sento di dire che in Italia, per fare qualche cosa del genere bisogna avere molto più coraggio.

Certamente in queste avventure c’è anche una buona parte promozionale perché se usati bene il rispetto per le tradizioni antiche e la loro conservazione esercitano una attrazione importante sul mercato, ma  se il vino è buono e ben fatto non c’è assolutamente nulla di male. Anzi direi che l’operazione è addirittura lodevole.

Monday, June 10, 2013

Agricoltura Biologica e Biodinamica

Oggi si parla tanto di cibi biologici o biodinamici, ma sapiamo davvero che cosa significa?

Ho crato uno spazio GREEN nel blog dove via via raccoglierò i link  ai post cheriguardano l'argomento oppure ai siti interessanti a questo riguardo.

Intanto cerchiamo di sciogliere alcuni dubbi:

Che cos'è l'Agricoltura Biologica

Dal 1993 al 1997 la superficie coltivata biologicamente in Europa è passata da 890.000 a 2,2 milioni di ettari (per intenderci, l'equivalente del territorio dell'Emilia Romagna, Appennini e riviera adriatica compresi). Mancano dati complessivi più aggiornati, ma se il tasso di crescita europeo si avvicina a quello italiano, non si dovrebbe essere lontani dai 3 milioni di ettari (un'Emilia Romagna più le Marche, coltivate senza un grammo di sostanze chimiche di sintesi).

Come si coltivano i campi

In agricoltura biologica non si utilizzano sostanze chimiche di sintesi (concimi, diserbanti, anticrittogamici, insetticidi, pesticidi in genere). Alla difesa delle colture si prowede innanzitutto in via preventiva, selezionando specie rustiche e resistenti alle malattie, e intervenendo con tecniche di coltivazione appropriate,
come, per esempio: la rotazione delle colture (non coltivando consecutivamente la stessa pianta, ostacolando così da un lato l'ambientarsi dei parassiti, e dall'altro usando in modo più razionale e meno intensivo le sostanze nutrienti del terreno); la pianturnazione di siepi ed alberi (che, oltre a ricreare il paesaggio, danno ospitalità ai predatori naturali dei parassiti e fungono da barriera fisica a possibili inquinamenti esterni);
I fertilizzanti sono naturali, come il letame opportunamente compostato; nell'agricoltura convenzionale dei mega-allevamenti industriali il letame è considerato un rifiuto, e costituisce un enorme problema: non c'è terreno a sufficienza per smaltirlo. In agricoltura biologica, invece, costituisce una ricchezza insostituibile in sostanze nutrienti per il terreno. Si usano anche altre sostanze organiche compostate (sfalci, ecc.) e sovesci, cioè incorporazioni del terreno di piante appositamente seminate, come trifoglio 0 senape.
In caso di necessità, per la difesa delle colture si interviene con sostanze naturali vegetali, animali, 0 minerali: estratti di piante (ad esempio il piretro, che deriva da una pianta erbacea), insetti utili che predano i parassiti, farina di roccia 0 minerali naturali (come il rame e lo zolfo) per correggere struttura e caratteristiche chimiche del terreno o per difendere le coltivazioni dalle crittogame, ecc.

Come si allevano gli animali

Nell'Unione europea lo spazio a disposizione di una gallina ovaiola è di 450 centimetri quadrati. Se non ci si riflette, sembrano tanti. In realtà, in un foglio da fotocopie, di centimetri quadrati ce ne stanno 620. Facendo quattro conti, ci si rende conto che sullo spazio di un foglio protocollo, con la benedizione europea, passano l'intera loro vita tre galline.
Dice Franco Zecchinato, del Comitato. esecutivo dell'Aiab:
"Nei nostri disciplinari sono vietati il taglio del becco, le bruciature dei tendini delle ali e ogni altra mutilazione. È vietato mettere "occhiali" al pollame. È vietato l'uso di ogni sostanza di origine sintetica che favorisca la crescita o la produzione, che aumenti l'appetito 0 ostacoli lo sviluppo normale dell'animale. È vietata l'alimentazione contro la volontà (niente foie gras, insomma), i foraggi e i mangimi devono provenire da agricoltura biologica. È vietato l'uso di farmaci, alcali, acidi, ormoni, antibiotici, composti azotati, coloranti e altri prodotti farmaceutici di sintesi. È vietata l'alimentazione del bestiame con prodotti animali, salvo i lombrichi che i polli si trovano da soli. È obbligatorio garantite almeno otto ore continuative di riposo nel periodo di buio... Nei giorni di "pollo pazzo" siamo stati subissati di richieste di informazioni, e molti, leggendo le nostre norme, sono caduti dalle nuvole: a nessuno sarebbe venuto in mente che negli allevamenti si potesse tagliare il becco, si mettessero gli occhiali, si alimentassero i capi a forza, perdipiù con mangimi contenenti di tutto.
È invece la dura realtà di molti allevamenti convenzionali in batteria, in cui le condizioni di vita del bestiame rendono non infrequenti squilibri comportamentali che possono arrivare al cannibalismo. Le galline vengono occhialate per non distrarle dal loro compito di mangiare e deporre in continuazione. Si dice che molti bambini non hanno mai visto un vitello o un pollo vivo. Neppure molti adulti hanno mai messo il naso negli allevamenti industriali, delle vere e proprie fabbriche di carne, di latte e di uova.
Invece il prosciutto, l'uovo e la fettina di vitello provengono da un animale vero, al quale è dovuto rispetto per le sue esigenze etologiche e al quale si deve garan tire benessere."

Nell'allevamento biologico la scelta delle razze tiene conto della capacità di adattamento alle condizioni ambientali, della loro vitalità e resistenza alle malattie. La preferenza va a razze e tipi genetici autoctoni, tradizionalmente adatti allo specifico ambiente. La tutela della salute degli animali si basa sulla prevenzione, su condizioni di allevamento che garantiscano un'elevata resistenza alle malattie e che stimolino le difese naturali, con un'alimentazione equilibrata e idonea a soddisfare i fabbisogni.
Per ogni specie è stabilito lo spazio minimo vitale da garantire: oltre al pollaio coperto, ogni gallina deve disporre di almeno 5 metri quadrati di superficie erbosa. Per intenderci: mentre in un allevamento convenzionale 20 galline hanno a disposizione meno di 1 metro quadrati, in un allevamento biologico hanno a disposizione 100 metri quadrati, lo spazio di un bell'appartamento. Per ogni vitellone dev'esserci mezzo ettaro a disposizione: sempre per chi non è pratico di are e centiare, è uno spazio che equivale a 50 degli appartamenti di prima. Insomma, un altro modo di intendere l'allevamento e l'agricoltura.

Ma ci si può fidare?

L'agricoltura biologica è l'unica forma di agricoltura controllata in base a leggi europee e nazionali. Non sono controllate, infatti, né l'agricoltura convenzionale né l'agricoltura integrata. Nel biologico non ci si basa su dichiarazioni dell'azienda, ma su un Sistema di Controllo uniforme in tutta l'Unione Europea e stabilito, sia per la coltivazione delle piante che per l'allevamento degli animali, da appositi regolamenti della Comunità europea. L'azienda che vuole avviare la produzione biologica notifica la sua intenzione alla Regione e a uno degli organismi di controllo autorizzati (nove in tutta Italia).
L'organismo procede alla prima ispezione con propri tecnici specializzati, che esaminano l'azienda e prendono visione dei diversi appezzamenti, controllandone la rispondenza con i diversi documenti catastali, dei magazzini, delle stalle e di ogni altra struttura aziendale. Se dall'ispezione emerge il rispetto della normativa, l'azienda viene ammessa nel sistema di controllo, e awia la conversione, un periodo di disintossicazione del terreno che, a seconda dell'uso precedente di prodotti chimici e delle coltivazioni, può durare due o più anni.
Solo concluso questo periodo di conversione, il prodotto può essere commercializzato come di produzione biologica.
L'organismo provvede a più ispezioni l'anno, anche a sorpresa, e preleva campioni da sottoporre ad analisi. Solo le aziende controllate da organismi autorizzati possono definire le loro produzioni come provenienti da agricoltura biologica.
La legge prevede che l'organismo di controllo sia indipendente e non schierato "dalla parte dei produttori". Nella commissione di certificazione di AIAB, siedono un rappresentante dell'Associazione Italiana Qualità, il responsabile nazionale agricoltura del W.W.F., (come componente tecnicoscientifica), due rappresentanti delle associazioni dei consumatori (ACU Associazione consumatori utenti e Movimento consumatori) e due agricoltori: è chiaro che non c'è alcuno sbilanciamento verso i produttori. Alcuni organismi di controllo hanno inteso rafforzare l'immagine di trasparenza ed efficienza dei loro controlli, sottoponendosi alle procedure di ispezione e accreditamento (volontarie e non dovute) da parte di organismi nazionali ed internazionali di accreditamento.

Altre agricolture altre differenze

Controlli a parte, la differenza tra agricoltura biologica e le altre forme di agricoltura ritenute a basso impatto ambientale è sostanziale: la lotta integrata prevede un graduale abbandono della chimica combinando varie tecniche tra le quali la Zotta guidata (giungendo a riduzioni del 50% degli antiparassitari e del 25% dei fertilizzanti) e la lotta biologica (lancio nelle colture di insetti predatori dei litofagi).
In questo modo la lotta integrata, viene a costituire un addolcimento dell'agricoltura convenzionale, permettendo di usare meno prodotti chimici, ma non ne prevede l'eliminazione. Dato che i formulati di sintesi non sono biodegradabili, il problema dell'accumulo di residui inquinanti nell'ambiente è così solo posticipato e non certo eliminato.
L'ecosistema non è un bene rinnovabile all'infinito; l'uso della chimica di sintesi ne comporta un grave impoverimento, rendendo necessario l'uso di quantità sempre maggiori di fertilizzanti, finché gli appezzamenti privi di sostanza organica, si sterilizzano, si desertificano e non rendono più nulla. Non è uno scenario pessimista e non è particolarmente lontano dalla nostra realtà locale: la F.A.O. ha definito la Pianura Padana un deserto coltivato a mais. E se questo vale per i residui nell'ambiente vale anche, in differente misura, per i residui nei prodotti.
Tenute presenti da un lato le eccedenze del settore primario e dall'altro i gravissimi problemi ambientali e sanitari, i produttori biologici ritengono che non sia più il momento di produrre tanto, ma che sia ormai definitivamente giunto quello di produrre meglio. Una convinzione che cresce anche al di fuori del mondo del biologico.Oggi voi e io siamo qui per sostenere una visione: la visione di un 'Europa in cui il cibo è prodotto senza pesticidi e fertilizzanti chimici, in cui si dimostra che agli OGM e agli ormoni ci sono alternative, un 'Europa in cui le sostanze chimiche non inquinano il suolo, l 'acqua e la catena alimentare, e dove la biodiversità è difesa dall'assalto della chimica. Questa è un'Europa con spazi vitali sia per l 'uomo che per la natura. In breve, l'agricoltura biologica, è il nostro futuro".
Anche se la lapidarietà potrebbe trarre in inganno, non è un intervento a un'assemblea di produttori biologici. Si tratta di uno stralcio del discorso del Commissario europeo all'ambiente Ritt Bjerregaard alla conferenza "Agricoltura biologica nell'Unione Europea: prospettive per il XXI secolo" tenutasi a Baden (Austria) nel maggio 1999.
Qualche giorno prima, a Vignola, 70 partecipanti alla Conferenza internazionale sulla biodiversità, provenienti da 24 paesi, avevano approvato Ia dichiarazione e il piano d'azione intitolati "L'agricoltura biologica è essenziale per la biodiversità e la conservazione della natura".
Il documento conclusivo del workshop, organizzato dall'Aiab (Associazione ltaliana per l'Agricoltura Biologica, il maggior organismo nazionale del settore, con oltre 12 .OOO agricoltori associati), Ifoam (International Federation of Organic Agriculture Movements, l'organizzazione mondiale dei movimenti per l'agricoltura biologica, che associa 750 organizzazioni di 107 paesi del mondo) e Iucn (The World Conservation Union, che riunisce 74 governi, 105 agenzie governative e oltre 700 Organizzazione non governative attive a livello politico e scientifico nella protezione della natura) è chiaro:
L'agricoltura biologica mette in pratica il concetto della multifunzionalità, che include la valorizzazione della biodiversità, il benessere animale, la sicurezza alimentare, la produzione destinata al mercato, lo sviluppo rurale, il commercio equo e solidale. L'agricoltura biologica è fondamentale per uno sviluppo rurale sostenibile e cruciale per lo sviluppo futuro dell'agricoltura e per la sicurezza alimen tare.
L'agricoltura che non è basata su sistemi compatibili con l'ambiente e che dipende dall'utilizzo massiccio di prodotti chimici e sintetici, ha accelerato il degrado degli ecosistemi naturali. Le conseguenze negative dell'utilizzo di tali prodotti risultano evidenti nella diminuzione della diversità naturale e nella scomparsa di specie e di varietà coltivate.
Gli esperti ritengono che le specie si estinguano alla velocità di 20-75 al giorno: ciò significa che entro i prossimi 25 anni ne potrebbero scomparire più di un milione. L'impatto dell'agricoltura convenzionale è evidente su vasta scala; le monocolture hanno contribuito alla erosione della biodiversità e a banalizzare il paesaggio.
Affermiamo che l'agricoltura biologica è essenziale per la biodiversità e la conservazione della natura. Chiediamo agli ambientalisti, agli ecologisti, agli agricoltori, agli altri operatori economici, ai politici e alle istituzioni internazionali di sostenere e sviluppare l'agricoltura biologica in quanto sistema agricolo ecologicamente più appropriato. Invitiamo i consumatori ad appoggiare l'agricoltura sostenibile consumando i prodotti da agricoltura biologica quali alimenti, fibre tessili e legname".
A Roma, nel gennaio 1999 il documento conclusivo della riunione del Comitato per l'agricoltura della F.A.O. (l'organizzazione dell'O.N.U. che si occupa di agricoltura e alimentazione), sottolinea che l'agricoltura biologica promuove il dibattito a livello internazionale sulla sostenibilità, crea consapevolezza su temi ambientali e sociali di fondamentale importanza ed è in grado di fornire opportunità di mercato alle aziende. Il documento propone alla F.A.O. l'impegno a riconoscere all'agricoltura biologica un ruolo prevalente nei programmi di agricoltura sostenibile e chiede un programma multisettoriale per il biologico, per consentire agli stati membri di attuare scelte informate e di sviluppare un programma coerente.
Nel 1999 Ecology and Farming, rivista internazionale dell'Ifoam (International Federation of Organic Agriculture Movements) ha dedicato un numero intero agli aspetti di mercato delle produzioni biologiche e a un focus sull'Italia. Nell'editoriale, Joy Michaud dichiara che il settore biologico sta vivendo, al di là di ogni dubbio, un periodo di vero e proprio boom, con una domanda da parte del consumatore costantemente in crescita e senza segni di rallentamento e che "...l'ltalia sembra essere alla testa di tutti i Paesi europei, con una crescita del movimento biologico che ha del fenomenale". I numeri stanno a confermarlo: le 17.393 aziende italiane inserite nel sistema di controllo biologico nel 1996 sono passate a 31.118 nel 1997 (+79%) e a 43.698 nel 1998 (+40%).
Insomma, i massimi organismi internazionali sembrano non avere dubbi, e i numeri sembrano non lasciarne. Ma nonostante in Italia si concentri oltre un terzo delle aziende agricole biologiche d'Europa, è proprio qui da noi che qualche dubbio sembra esserci. Un esempio? Il divieto per i produttori biologici italiani dell'utilizzo di sabbia, olio essenziale di menta, olio di Neem o gelatina per la difesa delle coltivazioni.
La motivazione? Questi prodotti, pur se non propriamente mortiferi, non sono ufficialmente registrati al Ministero della Sanità come fitofarmaci... Una proposta di legge presentata un anno fa per risolvere il problema da Alfonso Pecoraro Scanio (presidente della Commissione agricoltura della Camera) e altri deputati, sta sgomitando in Parlamento, ma nel frattempo il per nulla terrificante olio di menta e il neem (estratto da una pianta, usato da millenni come insetticida e, più di recente, anche come ingrediente di dentifrici) rimangono tabù.
Sul versante promozionale, le campagne pubbliche per incentivare il consumo di prodotti convenzionali (bevete più latte, mangiate più pesce, consumate più frutta...) fanno il paio con il silenzio tombale sulle produzioni biologiche. Questi 44.000 contadini convinti che l'alternativa di un agricoltura senza pesticidi, senza ingegneria genetica, ormoni e altre turpitudini, sia possibile qui e adesso, sono così strani, così poco normali... Tornano, è vero, sotto i riflettori a ogni acquedotto chiuso per atrazina, a ogni residuo di fitofarmaci trovato nella frutta e nella verdura, a ogni vino al metanolo, a ogni mucca pazza, a ogni pollo alla diossina, a ogni ingegneria genetica, ma...
"Sì, l'orientamento degli organismi internazionali, dalla Fao all'Unione Europea, è evidente: quella biologica è l'unica agricoltura che ci possiamo permettere dal punto di vista ambientale ed economico" dice Vincenzo Vizioli, presidente federale AIAB."
Il problema è che l'importazione e la traduzione a livello nazionale delle raccomandazioni dell'Unione europea hanno tempi lunghi e metodi farraginosi. L'Italia deve iniziare a pensare l'agricoltura biologica come strumento per la gestione delle risorse e non solo a livello dei parchi naturali e delle aree protette. Noi non chiediamo ulteriori contributi economici alla produzione, non ci servono soldi. Quello che serve è un sostegno in termini di servizi, che salvo rari casi isolati, stato e regioni non forniscono. Siamo così all'assurdo che i produttori convenzionali ricevono contributi per pagare tecnici che indicano i fitofarmaci chimici da usare mentre i produttori biologici, oltre a dover sopportare di tasca propria i costi dei controlli che certificano l'assenza di sostanze di sintesi, devono pagare di tasca propria la ricerca, la sperimentazione e l'assistenza tecnica. Invece di chi inquina paga, nel biologico siamo all'assurdo del chi non inquina paga.

Un po' di storia e qualche numero

Anche se le prime pionieristiche esperienze risalgono agli anni 60, è verso gli anni 70 che l'Agricoltura Biologica in Italia diventa patrimonio di un manipolo di agricoltori e consumatori sempre più in crescita, all'interno delle riflessioni complessive sulla qualità della vita e dei consumi (i coloranti, le bioproteine, ecc.). È a metà di quel decennio che i primi coordinamenti locali diedero vita alla Commissione nazionale "Cos'è biologico", costituita da rappresentanti di organismi di tutte le regioni italiane e delle associazioni dei consumatori, che emanò la prima normativa nazionale di autodisciplina del settore.
Le numerose piccole associazioni di produttori biologici e coordinamenti di produttori e consumatori presenti in tutte le regioni, con l'entrata in vigore del Regolamento C.E.E. 2092 nel 1991 hanno avviato un processo di riorganizzazione, con accorpamenti e rapporti di federazione, che hanno condotto ai 9 organismi di controllo oggi riconosciuti. Due di questi organismi, AIAB e Bioagricoop, sono tra i quattordici enti al mondo accreditati dall'Ifoam (International Federation of Organic Agriculture Movements).
Altri due, Imc e Ccpb sono stati accreditati come organismo di controllo ai sensi delle norme Uni En 45011 sulla certificazione.
Le aziende biologiche italiane nel 1997 avevano superato le 31.000 unità su 565.000 ettari (quasi il 4% della super ficie coltivata nazionale) con ritmi di crescita di tutto rilievo. Al 31.12.98 (mancano, purtroppo, dati più aggiornati) le aziende erano 44.000, su 800.000 ettari (all'incirca la superficie di Val d'Aosta e Liguria messe assieme).
La crescita registrata dal biologico non ha eguali nel settore agroalimentare. Il maggior numero di consumatori, di negozi specializzati e di supermercati che trattano prodotti biologici si concentra nelle regioni settentrionali d'Italia, mentre le aziende di produzione hanno una presenza maggiore nelle regioni meridionali.

Nel 1997 le superfici erano così suddivise:
  • foraggere per alimentazione zootecnica 46.9%
  • cereali 22.9%
  • ortofrutta 7.7%
  • olivo 9.4%
  • vite 2.7%
  • colture da industria 10.4%

L'evoluzione del mercato

Il valore del mercato biologico italiano è stimato intorno ai 2.000 miliardi di lire. Il trend di crescita è notevole: negli ultimi quattro anni non è mai sceso sotto il 20%.
Gli scandali alimentari hanno il loro peso, come ammette senza difficoltà Severino Zaggia, che con la famiglia conduce un allevamento biologico di 200 vitelloni in provincia di Padova: "Lo scandalo del pollo alla diossina si è tradotto indubbiamente in un sensibile aumento di vendite per la carne biologica. Per la nostra azienda l'incremento della domanda si è aggirato intorno al 30%, riguardando sia la vendita diretta che le richieste delle macellerie".
Per Lucio Ceccarelli di CarneSì, una nuova catena di macellerie, l'incremento è stato ancora superiore: "Abbiamo toccato anche quota 60%. Si tratta di nuovi clienti, non dei tradizionali consumatori biologici, nella maggior parte dei casi sono di età compresa tra i 30 e i 50 anni, giovani famiglie con bambini".
Ma agli scandali si aggiunge una nuova tendenza di ricerca della qualità nell'alimentazione, che si sofferma sì su aspetti come la sicurezza alimentare e la salubrità, ma anche sulla naturalità, la tipicità, la ricoperta dei sapori autentici. E un'onda lunga: il referendum del 1990 sui pesticidi portò alle urne solo poco più del 43% degli aventi diritto, e venne così annullato, ma dimostrò che il 92% dei votanti (e cioè la rispettabile cifra di 38 milioni di italiani) intendeva modificare le leggi sui pesticidi e sui loro residui negli alimenti.
L'equazione 18 milioni di elettori contrari ai pesticidi =18 milioni di consumatori favorevoli ai prodotti biologici è immediata e affascinante, e tale da mandare in fibrillazione ogni ufficio marketing. Ad avvicinarsi al settore biologico sono così ora anche le grandi aziende agroalimentari, che sondano il mercato lanciando nuove linee di prodotti. L'equazione, però, non è ancora dimostrata: il consumo di prodotti biologici non vale ancora il 2% del mercato alimentare italiano.

La distribuzione e il consumo

Nel 1996 il mensile di marketing Largo Consumo ha pubblicato un'inchiesta da cui scaturiva che 70 consumatori italiani su 100 conoscevano il prodotto biologico e 40 lo acquistavano, con diversa frequenza: ad acquistarlo almeno una volta a settimana erano 4 italiani su 100. Dal 1996 il volume dei consumatori è sensibilmente aumentato, tant'è che si stima che ad acquistare prodotti biologici più volte a settimana siano ormai non meno di 6 italiani su 100. Ecco l'identikit del consumatore biologico medio: età tra i 30 ed i 45 anni, vive nell'Italia settentrionale, in città di media o grande dimensione, con cultura e reddito medi o medio alti.Il biologico nei negozi specializzati. I negozi specializzati in alimenti biologici sono circa 850, di cui circa 2 terzi nell'Italia del nord. Nella maggior parte si tratta di negozi di dimensioni ridotte (superficie inferiore a 100 mq) e a gestione autonoma, ma non mancano negozi più grandi (tra i 200 e i 500 mq). Il fenomeno del franchising interessa circa 50 negozi, affiliati a una mezza dozzina di minicatene regionali o nazionali.

Il biologico nei supermercati

Il primo sviluppo di una marca commerciale di ortofrutta di produzione biologica in Europa è dei 1994 (Monoprix con il marchio Monoprix Bio), seguita da Intermarchè, Cora e Carrefour (1997). Corner biologici sono presenti in Irma (dal 198 1 ), Tengelmann (dal 1989), Delhaize (dal 1990), Sainsbury's (dal 1985) Testo (dal 1994), Safeway e Waitrose, in Coop Svizzera e Migros, ma anche in Coop Giappone (in particolare in Coop Kobe). In Irma (Danimarca) gli ortaggi di produzione biologica rappresentano il 15% delle vendite del reparto, con picchi del 35% per le carote (in alcuni punti vendita le carote convenzionali non sono neppure esposte), in Svezia Grana Konsum ha sostituito il pane convenzionale più venduto con uno con il 100% di ingredienti di origine biologica. La catena con la linea biologica più articolata (circa 450 referenze biologiche dall'ortofrutta agli omogeneizzati) è la britannica Sainsbury's, che registra un fatturato di circa 6 miliardi di lire alla settimana.
"Abbiamo inserito le prime referenze biologiche 14 anni fa" - dice Robert Duxbury, responsabile della linea per la catena - "Dal 1996 l'incremento del reparto è stato di trenta volte: nessun altro settore in Sainsbury's si avvicina a questi livelli". Nei supermercati italiani, secondo un'indagine presentata alla fiera specializzata Sana (Bologna, settembre 98) i prodotti biologici (latticini, generi vari confezionati) sono presenti nel 95% dei punti vendita. L'ortofrutta biologica è invece presente in circa il 19% dei supermercati, soprattutto in nord Italia e in Toscana.
In sostanza, vendono ortofrutta biologica circa 500 supermercati. La prima catena a inserire ortofrutta biologica è stata Coop. Secondo dichiarazioni della catena, il peso del fatturato dell'ortofrutta biologica varia dal 1 al 6%. Nei supermercati, il peso medio del biologico è del 3%, con punte maggiori sui latticini. Nei mesi scorsi è stata la volta di Esselunga, che ha lanciato una linea composta di una settantina di prodotti, destinata ad ampliarsi con il gra dimento dei consumatori.

Al ristorante biologico

Numerosi ristoranti offrono qualche vino o altri prodotti biologici (il mensile Tuttoturismo li segnala con una bottiglia o una mela verdi). Esistono poi un centinaio di ristoranti esclusivamente o prevalentemente biologici, soprattutto al nord, al centro e nelle grandi città. Un fenomeno molto interessante, e in continuo aumento, è quello delle mense scolastiche biologiche. Nate come esperimento negli anni 80 a Cesena, interessano ormai circa 100.000 bambini dalle scuole materne alle scuole medie, in grandi città (Roma, Bologna, Torino, Padova) e piccoli centri.</ br>

La produzione e i prezzi

Più di un terzo della produzione biologica italiana viene esportato, principalmente in Europa, ma anche più lontano (Usa, Giappone...). I prodotti più apprezzati all'estero sono principalmente:
  • frutta e ortaggi (di alta qualità, grazie alle specifiche condizioni climatiche e alla professionalità dei produttori produzione);
  • l'olio extra vergine d'oliva; il vino (con eccellenti prodotti premiati alle più importanti rassegne vinicole internazionali);
  • i formaggi (dal Parmigiano Reggiano alle più rare specialità tradizionali);
  • la gastronomia (salse, condimenti della tradizione popolare e innovativi);
  • la pasta (integrale, bianca, semplice o aromatizzata):
  • gelati e surgelati;
  • frutta secca;
  • prodotti da industria, cereali, legumi.
Il settore della produzione si è modernizzato, costituendo consorzi e società per la commercializzazione, che concor dano con le singole aziende la programmazione delle produzioni. L'agricoltura biologica italiana ha effettuato investimenti consistenti per un progetto strategico che ha l'obiettivo di indirizzare con sicurezza, strumenti efficienti e adeguati lo sviluppo per i prossimi anni. Un'affermazione frequente è quella che il prodotto biologico costa di più.
"Sì, certo" ammette senza difficoltà Franco Zecchinato "ma basta tornare con la mente a quanto il consumatore ha scoperto in occasione del pollo alla diossina. Negli allevamenti industriali, con gli additivi energetici a base di grasso animale - quando va bene - il pollo schizza da 45 grammi a due chili e mezzo in 40 giorni. A noi per avere risultati analoghi servono ottanta giorni. Per fare un uovo si può scegliere di stipare venti galline in un metro quadrato o di dar loro spazio libero per pascolare. Ma credo che, mentre il nostro è sicuramente un pollo, cresciuto naturalmente, sia difficile definire ancora "pollo" quello convenzionale, e credo anche che l'uovo di galline sigillate in batteria non abbia nulla a che fare con quello di galline che razzolano in libertà. Il consumatore ha di fronte due alternative: acquistare alimenti che sono la pallida copia di quello che dovrebbero essere, checostano relativamente poco (e lasciano in tasca più denaro per acquistare altre pallide copie), o acquistane alimenti di produzione biologica, pagando il prezzo giusto per coprire i costi di una produzione eticamente ed ecologicamente sostenibile. Insomma, dobbiamo capire cosa c'è dentro e dietro ogni prodotto". E questo vale per tutti i prodotti.

Un'agricoltura per i giovani

L'agricoltura italiana è un'agricoltura di pensionati: i giovani lasciano le aziende convenzionali che rimangono senza ricambio generazionale, ma l'agricoltura biologica è in controtendenza.
"Da quando ne abbiamo memoria, la nostra famiglia ha sempre svolto l'attività di agricoltori e allevatori"- dice Severino Zaggia - "Nell'agricoltura convenzionale i giovani cercano di abbandonare il lavoro nei campi appena possibile, è un lavoro duro. spesso pericoloso e non di grandi soddisfazioni. Ma per noi essere contadini è motivo di orgoglio: abbiamo scelto di produrre biologicamente proprio perché l'agricoltura l'abbiamo nel sangue: l'agricoltura del futuro è biologica. L'ltalia non potrà mai mettersi in concorrenza con i Paesi che riescono a produrre a prezzi bassissimi grazie a un costo del lavoro, irrisorio, a aiuti statali, a controlli del tutto insufficienti su sicurezza del lavoro, e sostanze chimiche (Belgio a parte, basta ricordare che il DDT è ancora permesso in numerosi Paesi). Dobbiamo metterci in testa, invece, che è ora di produrre alimenti di qualità ineccepibile, non solo belli a vedersi, ma gustosi, sani, rispettosi dell'ambiente. Dieci anni fa metà degli acquedotti della Pianura padana era inquinata dall'atrazina usata nel mais, più di recente gli scarichi degli allevamenti hanno reso l'Adriatico una gelatina di alghe: il mondo agricolo deve capire che è ora di cambiare strada ".

Sunday, June 09, 2013

Una Spesa Bio

Lo scorso venerdì, avevo un appuntamento a Vimercate
Il venerdì mattina in piazza Marconi, a Vimercate, proprio dove c’è anche la stazione degli autobus, c’è un mercatino biologico di prodotti alimentari. Le bancarelle non sono molte ma tutte quante di aziende che si trovano in Brianza, nella campagna circostante.
Così ho approfittato per fare questa piccola spesa di verdure dell’Azienda Agricola Il Gelso di Mezzago, una spesa veramente a Kilometro Zero perché l’azienda si trova a non più di 10 km. da lì.
Che dire… Non ho preso molto, non avrei potuto, ma tutto quello che ho comprato era veramente buono, a cominciare dalle fragole belle e dolcissime.  Così buone che stasera me le sono mangiate tutte senza né limone, né zucchero, né panna e quindi non ho potuto immortalarle nella fotografia.
Se vi trovate da quelle parti un venerdì mattina, vi consiglio di approfittarne!


Io compro sempre biologico quando mi è possibile, anche se non sono sempre convinta della legislazione che in Italia norma questo settore e dell’affidabilità dei controlli.  La cosa più importante in realtà mi sembra conoscere la zona dove ci sono le coltivazioni e sapere qualche cosa sulla storia dei terreni e sulla falda acquifera della zona oltre che sull’azienda o sulle aziende di provenienza.
 Ci sono aree italiane dove tutto andrebbe bene ma che purtroppo sono comunque poco sane per la presenza nella falda acquifera di sostanze chimiche che negli anni sono state scaricate da aziende diverse, complice una legislazione ignorante prima e compiacente poi, ed anche l’attitudine tutta italiana di fregarsene del territorio e della salute della gente.
Non soltanto DDT, pesticidi ed erbicidi di diverso tipo, ma anche altri elementi chimici, alcuni dei quali molto pericolosi, che sono stati usati per lavorazioni diverse in ogni campo industriale, metalli pesanti, ecc. L’elenco è lungo e le aree interessate, ahimè, sono spesso proprio quelle che avevano la più apprezzata agricoltura del paese e i cui prodotti sono sempre stati pregiatissimi sin dall’antichità.

Tuesday, May 28, 2013

Josco Gravner ed il vino nelle anfore

Non conosco di persona Josco Gravner, lo conosco soltanto per quello che ho appreso  di lui  e del suo amore per la terra ed il vino su web.

Il suo punto di vista mi è piaciuto. Corrisponde al 100% con quello che penso io con una differenza: lui oltre alle idee ci mette anche il suo lavoro e la sua fatica.

La mia ammirazione è nata prima di assaggiare il suo vino.
C'è qualche cosa di  semplice e di sacro insieme nel suo modo di pensare alla terra ed al vino, qualche cosa che risveglia echi e nostalgie di antichità.

Se ancora esistesse l'azienda vinicola che era della mia famiglia ed ancora fosse in vita mio padre sono pronta a scomettere che prima o poi anche lui proverebbe a fare il vino nello stesso modo.

Josco Gravener fa il vino in anfore interrate nel pavimento della cantina, proprio come è stato fatto fino al I° secolo avanti Cristo, anfore che Catone il Censore nel suo De Agri Cultura chiama Dolia.
Questo sistema ormai dimenticato si è conservato grazie ai piccoli vinicoltori del Caucaso meridionale, soprattutto della Georgia e dell'Armenia, che non hanno mai smesso di praticarlo anche se soltanto su piccola scala ed a livello familiare dopo le modifiche introdotte dal governo sovietico che hanno messo in grave pericolo la rinomata qualità dei vini di quelle regioni citati persino nell'Iliade e nelle Argonautiche, qualità che non dipende soltanto delle uve ma anche dall'antico metodo di lavorazione.



Josco Gravner fa il suo vino nelle anfore lasciando a lungo nel liquido di spremitura graspi e vinacce e poi lo fa maturare per alcuni anni in grandi tini o grandi botti di legno, fino all'imbottigliamento.
Ma non si tratta soltanto di questo.
Tutto parte dalla cura della terra e della natura che devono essere sane, dall'attenzione nel trattare l'uva stessa ed i vigneti e dal fatto che questa vinificazione non ha bisogno di nessuna aggiunta di lieviti né di refrigerazione ma soltanto di molto lavoro.
Insomma non è un semplice sistema di coltivazione ma una filosofia, quasi una religione.
Per capire meglio vi consiglio di guardare questo video e di leggere questa intervista.


Gravner è stato il primo in Italia a sperimentare coraggiosamente questo metodo antichissimo, che tutti avevano abbandonato da circa 2000 anni. Un metodo che certamente la vinicultura moderna ed estensiva, che come tutta l'industria di oggi ha l'obiettivo del continuo aumento della produzione, delle vendite e dei guadagni, non potrebbero mai permettersi perché richiede molta perizia ed attenzione, troppa, e soprattutto un cambio totale di intenti.

Non sto facendo pubblicità ai vini di Gravner  che non ne hanno bisogno ma al suo modo di porsi verso il mondo.